Spotlight Award 2026 | Chinky Shukla (ITA)

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Vincitrice Spotlight Award 2026Chinky Shukla
When Buddha Stopped Smiling

Questo progetto a lungo termine esamina le ripercussioni umane ed ambientali dei test nucleari condotti a Pokhran, in Rajasthan, nel 1974 e nel 1998. Attraverso ritratti in posa e foto di paesaggi, il lavoro favorisce una riflessione sulla memoria, la sopravvivenza e la silenziosa resilienza delle comunità desertiche che vivono all’ombra della storia nucleare dell’India.

Copyright foto: © Chinky Shukla

La Motivazione della Giuria

Le storie raccontate da Chinky Shukla sono quel tipo di storie che sentiamo per un giorno o una settimana, che occupano le prime pagine dei giornali. Poi i riflettori mediatici si spengono, l’attenzione si dissolve e il mondo dimentica. Questa fotografa ha trascorso anni rifiutandosi di lasciare che una di queste storie venisse dimenticata.

Il suo lavoro sul costo umano dei test nucleari indiani a Pokhran, nel Rajasthan, è un potente atto di memoria visiva. Mentre i report ufficiali celebrano il traguardo tecnologico, Shukla volge il suo sguardo altrove, lontano dall’area dove si sono fatti i test e verso le persone, i corpi e i paesaggi che hanno silenziosamente subito le conseguenze devastanti delle esplosioni nucleari.

Questo progetto è una prova della pazienza, vicinanza e impegno incrollabile della fotografa verso coloro la cui voce è stata sepolta. Ciò che rende questo lavoro fotograficamente diverso è la capacità di Shukla di rendere visibile l’invisibile. Le radiazioni non lasciano tracce evidenti su un paesaggio. Eppure, immagine dopo immagine, lei costruisce una testimonianza visiva inconfutabile — nelle crepe dei muri di fango, nei volti segnati dalla malattia, negli stagni contaminati e nei campi bruciati a testimoniare ciò che è accaduto. Questo lavoro è un chiaro esempio di ciò che Susan Sontag descrisse come il potere unico della fotografia di rendere concreto e innegabile il dolore astratto.

La cronologia che documenta gli eventi è di un peso umano sconcertante. Dal primo test del 1974 — chiamato, con crudele ironia, Smiling Buddha — alle cinque detonazioni del 1998, fino ai tumori, agli aborti spontanei e alle malformazioni alla nascita che ancora si verificano decenni dopo, Shukla traccia una linea di conseguenze che la storia ufficiale ha costantemente scelto di cancellare. A quasi cinquant’anni di distanza, i villaggi vicino a Pokhran sono uniti da un filo invisibile che li lega a Isole Marshall, al Kazakhstan, al Nevada: luoghi e comunità che vivono nell’ombra dell’ambizione nucleare.

L’avvelenamento industriale di una comunità viene esposto attraverso ritratti intimi e senza filtri — Shukla pone l’individuo al centro della storia: vittime che descrivono i tremori; una madre che racconta la morte della figlia per leucemia entro un anno dai test. Non sono statistiche. Sono esseri umani, e Shukla si assicura che noi che li osserviamo li vediamo come tali.

La giuria è onorata di riconoscere questo lavoro. E siamo grati a Chinky Shukla per il coraggio, la perseveranza e la chiarezza morale necessari per continuare a tornare su una storia che il mondo si è lasciato alle spalle da tempo — perché le persone che la vivono non hanno mai potuto farlo.

Chinky Shukla è una fotografa documentarista con sede a Nuova Delhi, in India. Il suo lavoro esplora i temi dell’assimilazione culturale, della condizione umana, della memoria e dell’ambiente. La maggior parte dei suoi progetti sono storie fotografiche di lungo periodo che guardano attraverso i diversi strati, documentando vite, costruendo relazioni, guadagnando fiducia e usando la sua macchina fotografica per amplificare storie importanti.

Dal 2011, documenta le conseguenze di vasta portata delle radiazioni nucleari in India: il suo progetto fotografico sull’impatto dell’estrazione dell’uranio a Jadugoda, un comune nello stato del Jharkhand in India, pubblicato sul quotidiano nazionale Hindustan Times nel 2014, ha portato l’Alta Corte dello Stato ad avviare, di propria iniziativa, un procedimento nei confronti della società mineraria.

Nel suo lavoro adotta un approccio partecipativo, collaborando con organizzazioni locali, esperti e singoli individui per co-creare narrazioni che riflettano le loro esperienze vissute e si impegna per mantenere l’autenticità, l’integrità e una rappresentazione etica.

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