Short Story Award 2026 | Abdulmonam Eassa (ITA)

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Vincitore Short Story Award 2026Abdulmonam Eassa
Sudan War, a Nation Trapped

Dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019, il Sudan ha intravisto speranze di un cambiamento verso la democrazia guidato da una rivoluzione civile, che è stata poi soffocata da un colpo di stato militare avvenuto nel 2021. La rivalità tra l’esercito, guidato da Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze di Supporto Rapido (RSF) sotto la guida di Mohamed Hamdan Dagalo, è sfociata in una guerra nell’aprile del 2023. Il conflitto si è diffuso a macchia d’olio in tutto il Paese, devastando intere regioni come il Darfur e intrappolando civili in una spirale di violenza inaudita. Entrambi gli schieramenti si sono macchiati di atrocità, mentre le potenze straniere sono rimaste a guardare.

Copyright foto: © Abdulmonam Eassa

La Motivazione della Giuria

Il Sudan è in gran parte scomparso dalle prime pagine della stampa internazionale. Eppure la portata di ciò che sta accadendo nel Paese, come lo sfollamento di milioni di persone, lo spettro della carestia, la distruzione sistematica delle infrastrutture vitali, impone che continuiamo a non distogliere l’attenzione.
Ciò che rende questo lavoro particolarmente impattante, e che la giuria desidera sottolineare, è che Abdulmonam Eassa ha realizzato qualcosa di straordinariamente difficile nel fotogiornalismo: ha raccontato una storia completa, complessa e stratificata in sole dieci immagini, come richiesto dalle regole di questa categoria.
Ogni fotogramma porta il peso di una sconvolgente tragedia politica e non c’è ridondanza. Dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019, il Sudan è diventato brevemente un simbolo di coraggio civile: da quella che era nata come una rivolta popolare si provava ad immaginare la democrazia, dove per decenni c’era stato solo governo militare. L’obiettivo di Eassa cattura sia la fragile bellezza di quella speranza che il suo precario equilibrio. Poi il colpo di stato dell’ottobre 2021, il crollo dell’alleanza tra l’esercito e le Forze di Supporto Rapido, e infine lo scoppio della guerra il 15 aprile 2023, quando Khartoum è diventata un campo di battaglia e la rivoluzione è stata infine sepolta sotto macerie e colpi d’arma da fuoco.
Dal punto di vista fotografico, ciò che distingue questo lavoro è la sua capacità di tenere insieme la sfera politica e quella personale, mostrandoci la macchina del potere e, simultaneamente, gli esseri umani schiacciati sotto il suo peso.
Il Sudan è al collasso e al mondo sembra non importare. Nel riconoscere questo lavoro, la giuria riafferma l’importanza di valorizzare la fotografia che sfida il potere e che merita di essere vista.
Ringraziamo Abdulmonam Eassa per le immagini realizzate e per i rischi che si è preso, tanto più significativi in un Paese in cui l’accesso per i giornalisti è oggi tra i più limitati e pericolosi al mondo.

Abdulmonam Eassa è un fotogiornalista che ha iniziato la sua carriera durante l’assedio della Ghouta orientale in Siria, durato cinque anni. Autodidatta, utilizza la fotografia per documentare la resilienza delle persone comuni nelle zone di guerra e del dopoguerra.
Dopo essersi trasferito in Francia nel 2018, ha coperto le proteste dei Gilet Gialli e in seguito ha realizzato reportage dal Sudan, dall’Ucraina, dalla Turchia, dalla Siria e dal Ciad. In seguito alla caduta di Assad nel 2024, è tornato in patria. Attraverso il suo lavoro, Eassa esplora storie umane con un focus sulla dignità, sulla sopravvivenza e sull’umanità condivisa.
Il suo lavoro è stato pubblicato su testate internazionali come Le Monde, Getty Images, Agence France-Presse, The New York Times, The Guardian, The Washington Post, ed è stato esposto in vari paesi.
Tra i riconoscimenti più importanti ricevuti da Eassa figurano la Grande Commande Photojournalisme della Bibliothèque nationale de France (2022), l’ Humanitarian Visa d’Or al Visa pour l’Image (2019) e il Young Reporter Trophy al Bayeux Calvados-Normandy Award (2022). Il suo lavoro è stato inoltre riconosciuto al Pictures of the Year International e al World Press Photo.