Mostra Proiezioni 2026 | ITA

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GEOGRAFIE DELLE STORIE

Siamo lieti di inaugurare gli spazi, seppur ancora in via di completamento, dell’Ex Linificio / Museo Civico: un luogo pensato per il futuro museo civico di Lodi e per tante altre attività che mirano ad accrescere l’offerta culturale della città creando spazi in cui la nostra comunità possa trovare un punto di incontro e di scoperta.

In occasione della XVII edizione del Festival abbiamo lavorato in sinergia con l’amministrazione comunale per creare uno spazio interamente dedicato alle proiezioni fotografiche: un modo per vivere la fotografia a 360°, in maniera immersiva, grazie ai sistemi di proiezione firmati Epson | Imaging partner del Festival da anni.

Un’occasione per amplificare le tante storie che ogni anno sentiamo il dovere e la responsabilità di raccontare, oltre a quelle già presenti nelle mostre.

Programma delle proiezioni:

Le immagini che seguono sono tratte dai lavori finalisti del World Report Award 2026, il concorso internazionale di fotografia documentaria promosso dal Festival della Fotografia Etica. Selezionate da una giuria internazionale per profondità e visione, raccontano crisi, resilienze e quotidianità da ogni angolo del mondo. Un assaggio delle voci che quest’anno hanno interpretato il nostro tempo con maggiore intensità.

Ebrahim Alipoor - Bullets Have No Borders

I kolbar sono corrieri di confine curdi che trasportano merci attraverso pericolosi percorsi di montagna tra Iraq e Iran. La loro età varia dai 12 ai 70 anni. Sopportano condizioni estreme, trasportando carichi pesanti per un compenso minimo, rischiando la vita a causa del clima estremo, delle mine e delle forze di sicurezza di frontiera. Più di 300 kolbar muoiono ogni anno, il 72% dei quali viene ucciso dal fuoco degli agenti di pattuglia al confine iraniano. Nonostante i rischi, i kolbar rendono i prodotti essenziali più accessibili ed economici per molti iraniani.

Ebrahim Alipoor è un fotografo documentarista e artista visivo curdo-iraniano. Da oltre un decennio, il suo lavoro esplora temi legati ai confini, all’identità, al patrimonio culturale e alla spiritualità. Attraverso progetti documentaristici a lungo termine realizzati in Kurdistan e in Medio Oriente, indaga le realtà umane, sociali e politiche delle comunità che affrontano conflitti, sfollamenti e trasformazioni contemporanee. Il suo lavoro ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali, tra cui il World Press Photo 2025 per il progetto Bullets Have No Borders. Le sue fotografie sono state esposte a livello internazionale e pubblicate da importanti testate, tra cui Le Monde, The Guardian, Stern, Newsweek e De Volkskrant.

   

Saher Alghorra - Gaza: In The Wake of Fragile Ceasefires

La vita quotidiana a Gaza continua tra sfollamento, fame e infrastrutture distrutte. Nel 2025 i cessate il fuoco sono stati infranti o hanno fallito nell’intento di porre fine al collasso umanitario mentre i civili sopportano continue perdite, l’incertezza e lo sfinimento che sembrano non avere fine.

Saher Alghorra è un fotogiornalista palestinese che vive a Gaza, specializzato nella documentazione di crisi umanitarie e conflitti.
Ha ricevuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Premio Pulitzer, il World Press Photo Award, il Robert F. Kennedy Journalism Award, il Pictures of the Year International, il Visa pour l’Image Award, il Prix Bayeux Calvados-Normandy Award e molti altri. È stato inoltre selezionato per partecipare alla Joop Swart Masterclass nel 2025, uno dei programmi più prestigiosi al mondo per fotogiornalisti.

   

Omar Lucas - Winds of Pain

Tra il 1980 e il 2000, il Perù ha vissuto un violento conflitto interno che ha causato la morte di oltre 70.000 persone e la sparizione di oltre 22.000, molte delle quali per mano delle forze statali. La regione di Ayacucho è stata la più colpita, con migliaia di dispersi e numerose fosse comuni documentate. Questo progetto mappa i luoghi emblematici della violenza, rivelando la portata delle sparizioni forzate e delle esecuzioni extragiudiziali. Oggi, le famiglie continuano a cercare i propri cari, oltre a chiedere verità, dignità e giustizia.

Omar Lucas è un fotografo documentarista peruviano basato a Lima. Per circa 15 anni ha portato avanti progetti a lungo termine che esplorano i diritti umani, l’ambiente, la memoria e l’identità. Il suo lavoro si concentra sulle comunità emarginate e su singoli soggetti in tutto il Perù, tra cui anche persone affette da tubercolosi, donne che lavorano nelle miniere di La Rinconada, e famiglie che sono alla ricerca dei loro cari scomparsi durante il conflitto armato interno durato dal 1980 al 2000. Il suo lavoro è stato insignito del POY Latam e Photo Humanity Grant. Attualmente sta documentando le conseguenze delle proteste del 2022 e 2023 in Perù e la lotta delle famiglie per ottenere giustizia e pace.

   

Louie Palu - Distant Early Warning

Il progetto documenta come l’Artico si stia rapidamente trasformando in una zona di crescente militarizzazione e sfruttamento industriale. Richiamandosi all’eredità dei sistemi radar della Guerra Fredda, il lavoro mostra come il cambiamento climatico, che sta riscaldando la regione molto più velocemente rispetto alla media globale, abbia reso accessibili risorse e rotte marittime che hanno intensificato la competizione tra le potenze globali, aumentando le tensioni, i danni ambientali e dando origine a una nuova forma di espansione neo-coloniale.

Louie (Luigino) Palu è un fotografo e filmmaker che da 30 anni si occupa di tematiche sociopolitiche, come i diritti umani e i conflitti. È stato selezionato per una borsa di studio della John Simon Guggenheim Foundation e ha ricevuto un riconoscimento del World Press Photo. Il suo lavoro ha documentato le guerre in Afghanistan e in Ucraina, oltre a un progetto a lungo termine, tuttora in corso, sull’Artico. I suoi lavori sono stati ampiamente pubblicati, esposti e proiettati. Le sue opere fanno parte delle collezioni di numerosi musei, biblioteche e archivi. Ha conseguito un MFA presso il Maryland Institute College of Art.

   

Robin Tutenges - Fano’s Kingdom

Dal 2023, la regione nord-occidentale dell’Amhara, in Etiopia, è stata travolta da un’insurrezione guidata dalla milizia Fano, un movimento composto da ex soldati e civili che affermano di difendere la propria comunità. Il conflitto nasce dalle tensioni successive alla guerra del Tigray ed è degenerato in una violenza diffusa tra Fano e le truppe federali. Entrambe le parti sono state accusate di gravi abusi, mentre Fano ha assunto il controllo di ampie aree rurali. La guerra ha aggravato la crisi umanitaria, lasciando milioni di persone bisognose di aiuti e centinaia di migliaia di sfollati.

Robin Tutenges è un fotografo francese, membro del Collectif Hors Format. Formatosi nell’analisi geopolitica dei conflitti e nel fotogiornalismo, si occupa di violazioni dei diritti umani, con un’attenzione particolare alle questioni transfrontaliere ed etniche. I suoi reportage sono stati pubblicati su Le Monde, GEO, The Guardian e Der Spiegel, tra gli altri. Il suo lavoro è stato riconosciuto con numerosi premi, tra cui il Camille Lepage Award al Visa Pour l’Image Festival (2026), il Lucas Dolega-SAIF Photo Award di Reporters Without Borders (RSF) (2025), una borsa di studio del Pulitzer Center (2025) e l’European Press Prize Award (2024). I suoi progetti sono stati esposti in sedi come il festival Visa Pour l’Image (2026), il Museo Nazionale della Fotografia della Colombia e il Centro di Fotografia di Marsiglia.

   

Fondata nel 1986, Panos Pictures si è evoluta da archivio fotografico del Panos Institute, un’ONG specializzata nella comunicazione su temi legati allo sviluppo, fino a diventare una delle agenzie fotografiche indipendenti e pluripremiate più autorevoli al mondo. Rappresentando oltre 80 professionisti noti per la loro integrità e la volontà di andare oltre l’agenda dei media mainstream, quest’anno Panos celebra il suo 40° anniversario.

Lalo de Almeida - Amazonian Dystopia

Il fotografo Lalo de Almeida racconta la regione amazzonica da più di dieci anni, documentando gli effetti disastrosi delle politiche del governo di Bolsonaro sui fragili ecosistemi della foresta e sulle popolazioni che la abitano. Nonostante la foresta amazzonica produca il 20% dell’ossigeno che respiriamo e ospiti oltre tre milioni di specie animali e vegetali, la sua sopravvivenza e’ in serio pericolo da anni. Il progetto si chiama “distopia” perché queste politiche di sfruttamento hanno creato fiumi inquinati e regioni degradate che assomigliano più al suolo lunare che a un territorio un tempo ricoperto dalla foresta amazzonica.

Lalo de Almeida è un fotografo brasiliano che vive a San Paolo. Ha studiato fotografia presso l’Istituto Europeo di Design di Milano e ha iniziato a lavorare come fotogiornalista per piccole agenzie a Milano, occupandosi di cronaca legata al lavoro della polizia in città. Da lì è passato a seguire eventi nazionali e internazionali, come le guerre nella ex Iugoslavia. È poi tornato in Brasile, dove dalla fine degli anni ’90 lavora per il quotidiano Folha de São Paulo.
Unisce al lavoro per il giornale una sua produzione documentaristica personale che gli ha valso diversi riconoscimenti. Tra gli altri, ha vinto, il World Press Photo Award, incluso quello nella categoria Long-Term Project nel 2022 per “Amazon Dystopia”, insieme all’Eugene Smith Grant.

   

Ian Willms - As Long as the Sun Shines

Il lavoro di Ian Willms mostra il più grande e più devastante progetto di estrazione petrolifera al mondo: le sabbie bituminose nella provincia di Alberta, in Canada. L’industria sta consumando vaste aree di foresta boreale, interessando una superficie grande all’incirca quanto l’Inghilterra. Inoltre, ogni anno più di 70 megatonnellate di gas serra vengono emesse. Le Nazioni Unite hanno recentemente attestato che le comunità indigene in Canada sono esposte in misura sproporzionata a sostanze tossiche a causa dello sviluppo industriale in tutto il Paese. A Fort Chipewyan, nello stato di Alberta, gli abitanti descrivono questo processo come un “lento genocidio culturale”. As Long as the Sun Shines si concentra sulla distruzione quotidiana e ravvicinata che avviene all’ombra di un’industria talmente grande da essere visibile dallo spazio. Gli intensi incendi boschivi, alimentati dai cambiamenti climatici, pongono di fronte a sfide mai viste prima. A Fort Chipewyan e Fort McKay, tumori rari, malformazioni congenite, lupus e altre malattie si manifestano con una frequenza allarmante. Da molti anni, gli operatori sanitari lanciano l’allarme sui livelli di inquinamento causati dalle miniere di sabbie bituminose circostanti e chiedono uno studio completo sulla salute pubblica.

Ian Willms è un fotografo canadese che vive a Toronto. La sua pratica documentaristica di ampio respiro spazia tra fotogiornalismo e fotografia contemporanea. I suoi antenati mennoniti pacifisti fuggirono dalle violente persecuzioni in Russia nel 1923 per poi stabilirsi in Canada; da bambino è stato cresciuto dalla madre, indipendente, agnostica e femminista, in un edificio residenziale dove potevano trovare rifugio le donne in pericolo. Queste esperienze dei suoi primi anni hanno plasmato la sua sensibilità empatica e l’impegno sociale che oggi caratterizzano il suo lavoro. I suoi saggi fotografici hanno ricevuto premi e sostegno dal Canada Council for the Arts, dal Greenpeace Photo Award, dal World Press, da Pictures of the Year International e dai National Magazine Awards.

   

Jonas Kakó - The Dying River

Il progetto di Jonas Kakó documenta l’effetto del cambiamento climatico sul fiume Colorado, che un tempo serpeggiava attraverso gli Stati Uniti occidentali e il Messico per oltre 2.000 km, dalle cime innevate delle Montagne Rocciose fino al Golfo della California.
Dagli anni Ottanta, tuttavia, il fiume si è progressivamente prosciugato e oggi raggiunge a malapena il delta a sud. Le principali cause sono l’agricoltura su larga scala e la deviazione del corso del fiume per rifornire città come Phoenix e Las Vegas.
Quello che un tempo era un vasto delta, dove stormi di uccelli migratori trovavano un ecosistema ricco di risorse, è oggi un deserto salato.
Secondo un recente studio pubblicato dalla rivista Science, i cambiamenti climatici sono la principale causa del declino del Colorado e il livello del fiume si è ridotto di circa 1,5 miliardi di metri cubi d’acqua, una quantità equivalente al consumo annuale d’acqua di 10 milioni di americani.

Jonas Kakó è un fotografo tedesco che vive ad Hannover. Ha studiato fotogiornalismo all’Università di Hannover e ha concentrato il proprio lavoro sugli effetti della crisi climatica. Attraverso diversi progetti, tra cui “The Dying River”, premiato con un World Press Photo Award nel 2023, Jonas cerca di mostrare come questa, che è tra le più urgenti questioni del nostro tempo, stia incidendo sulla vita delle persone che ne subiscono le conseguenze, e la cui stessa esistenza è minacciata dal riscaldamento globale.
Dal 2016 Jonas lavora per il Weser-Kurier a Brema, oltre a realizzare incarichi per testate nazionali e internazionali. I suoi lavori da freelance sono apparsi, tra gli altri, su National Geographic, Stern, Vice, De Volkskrant e Neue Zürcher Zeitung.

   

Marco Garro - Quiulacocha

Quiulacocha di Marco Garro è un saggio visivo che usa l’alchimia della fotografia come mezzo e come metafora per osservare l’impatto dell’attività mineraria sulla salute delle persone a Cerro de Pasco, epicentro dell’industria estrattiva in Perù e uno dei luoghi più inquinati al mondo.
Il lago Quiulacocha, in lingua quechua, prende il nome dai gabbiani andini che un tempo arrivavano in stormi sulle sue rive provenienti dalla costa del Pacifico. Oggi, invece, nel lago non sopravvive alcuna forma di vita ed è ormai una zona di accumulo di sostanze tossiche: piombo, mercurio, cadmio, arsenico, alluminio, boro, rame, cobalto, ferro, manganese e selenio.
Il fotografo ha iniziato alcuni anni fa a raccogliere campioni d’acqua dal lago Quiulacocha per utilizzarli nello sviluppo delle fotografie che ha scattato a Cerro de Pasco. Il liquido acido produce macchie e tonalità che compaiono in modo imprevedibile sui volti e sui paesaggi, imitando l’impronta indelebile dell’inquinamento sulla vita.
Quiulacocha era un lago naturale prima di essere trasformato, negli anni Cinquanta, in un deposito di scarti e oggi tutta questa regione è un paesaggio che ricorda un girone dell’inferno dantesco.

Marco Garro è un fotografo documentarista, giornalista e artista visivo che vive in Perù. Il suo lavoro si concentra su questioni sociali, sui diritti umani e ambientali, principalmente nelle Ande e nell’Amazzonia del suo paese d’origine. Marco è Grantee del Pulitzer Center e National Geographic Explorer. Ha ricevuto la Residenza Fotografica “Musée du Quai Branly – Jacques Chirac” in Francia e ha vinto il primo premio dell’Instituto Cultural Peruano Norteamericano in Perù. Nel 2025 ha pubblicato il suo primo libro fotografico, “Quiulacocha”, che esplora le conseguenze dell’inquinamento minerario in una remota città andina. Il lavoro di Marco è stato pubblicato su New York Times, Wall Street Journal, The Financial Times e Bloomberg. È membro del collettivo fotografico peruviano Supayfotos

   

Heidi Bradner - First Chechen War-25 Years On

La fotografa Heidi Bradner si recò diverse volte in Cecenia durante la Prima guerra cecena (1994-1996), quando ai giornalisti e ai fotografi, sia russi sia stranieri, era consentito lavorare all’interno del Paese. Le sue immagini, insieme a quelle di molti altri fotogiornalisti che documentarono il conflitto, furono determinanti nel suscitare indignazione contro la guerra e il suo costo umano, sia in Russia che fuori.
Sebbene alla fine del 1996 fosse stato raggiunto un accordo di pace, la questione cecena era tutt’altro che risolta quando, nel 1999, ebbe inizio la Seconda guerra (1999-2005).
Questo reportage ci riporta agli anni del primo conflitto in questa zona, restituendoci immagini e testimonianze di un capitolo di storia spesso dimenticato. Ma ci offre anche l’occasione per ricordare Anna Politkovskaja, la giornalista investigativa che il mondo intero ha conosciuto grazie ai suoi coraggiosi reportage durante la seconda guerra cecena. Politkovskaja fu assassinata nell’androne di casa sua il 7 ottobre 2006, e quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della sua morte: un’occasione per rendere omaggio alla sua eredità e al suo impegno per la verità.

Heidi Bradner è nata e cresciuta in Alaska, negli Stati Uniti. Ha iniziato a scrivere e fotografare come freelance, da studentessa, per il Juneau Empire, l’Anchorage Daily News e altre pubblicazioni locali, mentre completava i suoi studi in storia e giornalismo presso l’Università dell’Alaska-Anchorage. Dopo la laurea, Heidi ha iniziato a fotografare nell’Europa dell’Est e nell’ex Unione Sovietica, subito dopo la caduta del Muro di Berlino. Stabilitasi a Mosca dal 1991 al 1997, Heidi ha documentato i cambiamenti e i paradossi dei turbolenti anni post-sovietici. È stata insignita della Leica Medal of Excellence, del Mother Jones International Fund for Documentary Photography Grant e dell’Alexia Foundation Photography Grant, oltre a molti altri premi e riconoscimenti. Attualmente vive a Londra ma continua a lavorare su progetti in Russia, Asia Centrale e nel Caucaso.

Square Mile è un’iniziativa di VII Community, un programma della VII Foundation in collaborazione con PhotoWings. L’iniziativa presenta diverse esplorazioni fotografiche realizzate dai membri della VII Community, una rete mondiale che riunisce gli alumni della VII Foundation e i partecipanti al Foundry Photojournalism Workshop.  Square Mile è un dispositivo geografico che indica un focus locale su spazi in cui influenze personali, locali e globali si intrecciano. I progetti presentati esplorano come temi quali cambiamento climatico, identità, storia, eredità, migrazione, genere e ambiente si manifestino in una prospettiva locale. L’iniziativa si propone di stimolare conversazioni sul significato delle storie locali in un contesto globale e di coinvolgere il pubblico generale in una riflessione sui temi sociali e sul potere trasformativo della fotografia..

David Diaz Arcos - Bird’s Nest: Young Adolescent Women Who Are Survivors of Sexual Exploitation in Ecuador

In Ecuador operano diverse reti organizzate di tratta di persone e sfruttamento sessuale soprattutto tra le giovani donne, bersaglio più vulnerabile della popolazione. L’ONG Alas de Colibrí (Ali di Colibrì), attraverso il suo centro di accoglienza, affronta il problema della tratta di giovani adolescenti sopravvissute allo sfruttamento sessuale. Nido d’uccello è una serie fotografica che racconta la storia delle adolescenti ospitate nel centro, dove cercano di guarire e costruire nuovi progetti di vita attraverso attività terapeutiche.

David Diaz Arcos è un visual storyteller con base in Ecuador. Realizza contenuti fotografici e audiovisivi su educomunicazione, diritti umani e territorio per ONG e testate giornalistiche. I suoi lavori sono stati pubblicati, tra gli altri su National Geographic, BBC News, The Washington Post, El País e Bloomberg.

Aakash Gulzar - Kotar’baaz

Kotar’baaz (“Colui che alleva piccioni” in lingua kashmira) è una narrazione metaforica del dilemma psicologico e politico del Kashmir, espressa attraverso l’immaginario dell’allevamento di piccioni. Nella cultura indigena, i piccioni simboleggiano la pace, la purezza e la libertà spirituale ma nel panorama attuale, segnato da una sorveglianza sistemica, questi uccelli incarnano anche la condizione delle vite di coloro che vivono in kashmir, sempre in bilico tra fugaci momenti di libertà e altri di oppressione, in un orizzonte segnato da innumerevoli checkpoint, sempre monitorate, sempre strettamente regolamentate.

Aakash Gulzar è un fotografo documentarista originario di Bandipora, nel Kashmir sotto amministrazione indiana. Il suo lavoro esplora temi di isolamento, memoria, presenza e il rapporto in continua evoluzione tra le persone e i luoghi che abitano. Attraverso progetti intimi e di lungo termine, indaga come storie personali, esperienze collettive e tensioni sommesse emergano nella vita quotidiana.
Ha conseguito un master in comunicazione di massa e giornalismo presso l’Università del Kashmir. Le sue fotografie sono state pubblicate da Der Greif, Perimetro, Eyeshot, Eastside Asia, Outlook Traveller e Article 14, tra gli altri. Il suo lavoro è stato inoltre selezionato tra i finalisti dello Ian Parry Photojournalism Grant (2025) e dei Sony World Photography Awards (2026).

Mihaela Aroyo - Dreaming in Bulgarian

Dreaming in Bulgarian esplora l’identità della diaspora bulgara che vive nella regione storica della Bessarabia, tra Moldova e Ucraina. Il progetto si concentra sulle tradizioni comunitarie, sulla vita quotidiana e sul contesto culturale, storico e politico multistratificato dell’area. Decine di migliaia di bulgari migrarono in Bessarabia più di 200 anni fa, quando la Bulgaria era ancora sotto il dominio ottomano. Da allora hanno messo radici e assorbito le culture di altri popoli, ma hanno conservato fino a oggi la propria lingua e le proprie tradizioni. Sebbene la Bessarabia facesse parte dell’Impero Russo al momento dell’insediamento dei bulgari, gli stati e i confini di questa regione sono cambiati più volte nel corso degli ultimi 200 anni. Attraverso questo lavoro, il fotografo osserva come gli eventi storici influenzino la diaspora e come incidano sul senso di identità e appartenenza. La serie presentata è una micro-narrazione dedicata al villaggio bulgaro-gagauzo di Kubey, in Ucraina, situato in Bessarabia

Mihaela Aroyo è una fotografa documentarista che vive a Varna, in Bulgaria. Il suo lavoro esplora temi come l’identità culturale, la storia, il folklore, l’ambiente e le storie personali. È stata mentee del Mentor Program della VII Foundation e finalista dell’Inge Morath Award. Le sue fotografie sono state pubblicate su The New Yorker, National Geographic e Die Zeit.

Tatsiana Chypsanava - Te Urewera, the Living Ancestor of Tūhoe people

Nella Nuova Zelanda del diciannovesimo secolo, i Ngāi Tūhoe hanno mantenuto una forte identità e lingua Māori nonostante le pressioni coloniali. La loro terra ancestrale, Te Urewera, immersa nelle remote catene montuose dell’Isola del Nord, è entrata nella storia nel 2014 come il primo parco nazionale al mondo restituito ai custodi indigeni, ed è stata riconosciuta come entità giuridica, sancendo così il ruolo dei Tūhoe come kaitiaki (guardiani).

Tatsiana Chypsanava è una fotografa documentarista che vive ad Aotearoa Nuova Zelanda ed è specializzata nei diritti degli indigeni, in migrazione e questioni ambientali. Discendente del popolo Komi della regione nord-occidentale degli Urali, in Siberia, collabora con testate e organizzazioni internazionali per amplificare voci diverse. È grantee del Pulitzer Center e del Wellcome Trust, e ha ricevuto il premio del World Press Photo per i Long-term Projects. I suoi lavori sono apparsi su testate di primo piano, tra cui The New York Times, Wall Street Journal e New Zealand Geographic.

Maroussia Mbaye - Before the Sea, There Were Sands

In Marocco i Gnawa rappresentano un archivio vivente di migrazione forzata ed esilio, e ci ricordano che i fenomeni migratori sono antichi quanto l’umanità stessa. Attraverso questa comunità, il progetto fa risalire la migrazione contemporanea a una storia molto più lunga, custodita non negli archivi ufficiali, ma nei corpi, nei rituali, nei canti e in un respiro tramandato, e riflette su come le storie di coloro che si spostano continuino a plasmare, ancora oggi, identità, appartenenza, spiritualità e memoria culturale.

Nata da padre senegalese e madre francese di origini indiane e russe, Maroussia Mbaye costruisce narrazioni che indagano l’intreccio complesso tra memoria, tradizione e comunità. Crescendo in una famiglia multiculturale e politicamente attiva, il suo lavoro si concentra sulle sfide e le opportunità dello sviluppo in Africa, portando alla luce le disuguaglianze sociali e le identità complesse.

Natalia Neuhaus - Burlesque NYC: A Celebration of Love and Diversity

La prima volta che la fotografa ha visto uno spettacolo di burlesque è stato nell’agosto 2019, ed è stato amore a prima vista. Si è innamorata di questa forma d’arte, del suo messaggio di empowerment e della sua celebrazione della diversità. All’interno di questa comunità convivono persone LGBTQ e non binarie che sono la maggioranza, e persone eterosessuali che invece sono la minoranza. Il burlesque accoglie e accetta tutti, sostiene e ama tutti, e agisce come controcultura e voce di protesta: così è stato in passato e così lo è tutt’ora. Che sia sul palco o per strada, il burlesque è sempre stato un atto politico e un rifugio sicuro per la comunità LGBTQ e i suoi alleati.

Natalia Neuhaus è una fotografa queer che vive a Brooklyn, New York. Il suo sguardo è profondamente influenzato dalla violenza che ha segnato la sua infanzia e che ancora oggi plasma le sue fotografie. Nel 2017 è stata una delle vincitrici della Director’s Scholarship all’ICP. Nel 2021 ha ricevuto una menzione d’onore al Julia Margaret Cameron Award. Nel 2022, Neuhaus è stata una delle tre donne ammesse al Leica x VII Mentor Program.

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Lodi, Ex Linificio / Museo Civico, Piazzale Forni, 26900

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